fenomeni di collisione

21 gennaio 2016 § 3 commenti

quando fummo seduti sul fondo
dell’oceano, e su di noi si depositava
il senso polveroso della dimenticanza,
all’apparenza duro ma in realtà soffice,
limaccioso e davvero morbido, quando
i nostri occhi si fecero offuscati dalla
mancanza di luce e di calore, quando
alfine diventammo le creature narrate
e non mai viste delle pagine più dense
e ci scremammo dalla possibilità di poter
un giorno risalire le profondità verso
un luogo di minor pressione, quando
l’ossigeno precipitò in una cosa minuscola
e irrisoria, come un ricordo altrui, allora
diventammo nulla, e fu meraviglioso, e
fu altamente imprevisto: scendere il
senso, scartavetrarcelo di dosso, essere
quell’acqua che non si può nemmeno
lontanamente sperare.

alveo

20 gennaio 2016 § Lascia un commento

il mio viso è un asilo e io cresco
fuori dalla notte, in ogni fiato che
mi ha narrata e che non si è mai
– giustamente – registrato, piena
nell’ansia di ciò che potrebbe o
non potrebbe accadere e non è
più nemmeno ansia, asciutta, io,
con i piedi fuori dalla finestra ad
accettare segni avendo smesso
di raccoglierli, e destandomi di
sera nello stupore del momento
con questi capelli che prendono
biancore e il mio viso che è un
asilo che finalmente riconosco,
e amo, oltre l’abbaglio del corpo
il mio corpo, io.

fenomeni di collisione

17 gennaio 2016 § Lascia un commento

noi e l’aria che s’ostinava, il gelo,
l’aria solida, dove andare, e
la musica? apparimmo stanchi
e pallidi nelle ore sconnesse, il
sonno stretto alle spalle, dove
il mare fungeva da leitmotiv e
noi nemmeno sapevamo cosa
fosse. accendemmo la luce e
nessuna luce fu vista. a tentoni,
identificati dal ricordo e da una
qualche forma di intuito che
zoppicava. infine un boato nel
quale impazzimmo – solamente
il silenzio ci teneva, e noi non
sapevamo più nulla: così fummo
pronti a vivere.

I 400 colpi

14 gennaio 2016 § Lascia un commento

1.
All’inizio spogliamo
gli alberi
e le case
procurano una
città nuda.

2.
I muri e la carta:
tragitti così fragili
e così forti.

3.
Quello che paghiamo
è un debito senza fine
e ci lascia contratti
costretti negli otto anni
che non calcificheranno
mai.

4.
Come piccioni
lanciati sulle briciole
ci basta un davanzale
rotto
per dormire
un sonno
per andarcene.

5.
Una danza
che nessuno ci ha insegnato
essere bambini
contro ogni evidenza.

6.
Dalla somma
delle colpe
risulta il disastro
che è il mondo
fuori da ogni
prescrizione.

7.
Le fontane vuote
reggono un soppalco
mostruoso
non c’è sollievo
alla fame degli anni

8.
Da un limite
all’altro
senza esistere.

9.
Al mercato ho comprato
un amore
di seconda mano.

10.
Quante cose non sappiamo
quante cose sappiamo
e ignoriamo di sapere.

11.
La sopravvivenza che
impasta e accieca
ma tu
conosci il passaggio
il giusto sentiero
che fa del male il mare.

alveo

13 gennaio 2016 § Lascia un commento

lui la guarda come un grafico
compiuto e perfetto, ma puntualmente
disatteso, e ne coglie il tempo
imperfetto alla maniera del pastore,
raccogliendo un latte la cui
stratificazione lascia ad altri:
latte da bere per quello che è.
la complessità, sta’ a vedere,
è più facilmente sorbita e
appresa senza starci a pensare
e nel momento in cui io vedo
scorrere una poesia sul sale
e sul miele, sul viso (imperfetto,
ancora imperfetto), è lui che sente
il sapore, e ne prova fame, e
nella fame sostiene il suo amore
semplice e impraticato: costruito
a caso, come la perfezione.

fenomeni di collisione

13 gennaio 2016 § 2 commenti

non sia mai, la bellezza
è invadente, è una questione
di disequilibri e tu ricami
buchi sui tuoi occhi stanchi,
per non vedere il tremore di
questo mondo così esiliato
dove il diamante ci ricopre e
l’ingiuria è sempre prossima:
ma la danza sono occhi che
inceneriscono e noi siamo
al suolo, frastornati e feriti
dall’inesistenza, dalla chiara
fatiscenza che ci esalta, informi
e meravigliosi, lesi nella cute
da un amore che non ci
trattiene – e non smettiamo
di nascere.

Lo strappo

12 gennaio 2016 § Lascia un commento

Dal disegno anni venti affossammo
gli occhi e lo sguardo nella fibra
della neve, nel suo tessuto inelastico
che ricopriva le voci di ogni costrutto.
Arrancammo per giorni nel chiarore
senza scorgere linee o ripari. Bianca
era l’idea fecondante che tutto fosse
infine luce, e mistero svelato: un
ripetuto sfrangiarsi nella direzione
del tempo.

Dove sono?

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