estelle et le lit

I

L’unica cosa che mi trovo attorno, quando mi sposto, è il letto. Sotto le lenzuola sento la schiena dura, sento il ventre spugna, sento e mi concentro sul mio dolore, ma con freddezza, come per decifrarne una possibile composizione in termine d’aromi. Scivolo breve fuori dal letto, vado alla borsa, spero in una pastiglia, la lascio sciogliere sotto la lingua.
(la pastiglia si scioglie piano e rivela piani porosi, nel suo farsi assorbire scivolano pensieri tagliuzzati, “paura che un giorno mi sveglierò e sarai morto”, mi chiedo quanto il tempo sia pericolo, mi rispondo e la risposta fa male oltre la pastiglia sciolta, che faccia presto effetto, il più presto possibile)

II

Mi rigiro nel letto, penso che dove sono i gatti, fischio, mi rigiro e so che c’è un motivo per il quale ho iniziato a rigirarmi, a voltarmi verso il lato destro del letto, mi mordo le labbra secche e screpolate, passo la punta delle dita sulla pelle del viso, mi mordo l’interno delle guance, il passaggio delle mani sul ventre di poco cotone mi riporta morsi di fame, ricordo: puntellata su gomito destro, il busto ruota, mano verso il comodino, bevo fino a vuotare il bicchiere, ritorno alla mia diagonale di riposo.
L’acqua e la mia fame non trovano intesa, ma non ho voglia di ascoltare.
Chiudo gli occhi.
Mi raddizzo e mi abbraccio.
Spero di sognare cosa.

III
(di sogni che annaspano sotto il cellophan indiscreto della narrazione)

1
Nell’immagine il legno pullula di tarli, e io sono grata alle tarli per gli intarsi che creano. Quando ho dieci anni, prendo un (punteruolo) vecchio coltellino con la punta ricurva e lo faccio scorrere nei solchi dei ricami di tarli. Sulle mie ginocchia si deposita polverina beige, i disegni sono vuoti e definiti. I disegni si sovrappongono come le macchie dei diversi colori dell’acqua mobile. A ventitre anni mi guardo le ginocchia, non polverina beige ma peli di gatto, sottili e chiari.

2
Nel sogno le tue gambe sono uguali, eppure le senti più corte. Parli forte, hai dodici anni, il mondo è più vecchio e viscoso di quanto tu possa immaginare. Tienile corte il più a lungo possibile. Rimanda al risveglio l’eventualità di fare a botte per soldi, donne, onore.

3
Ora che fugge, i riccioli di ricrescita appiccicati alla nuca per effetto del sudore, il volto paonazzo per effetto del sudore, l’affanno per effetto del desiderio, ma desiderio di cosa, che a ogni albero si volta a guardare la casa vecchia e individua solo percorsi che comprendano macchie di vegetazione note (anche solo per aroma), ma desiderio di cosa, due piedi più autonomi, un coccige valoroso, una bocca che entri nella rosa delle piccole violenze da ricordare con segreto piacere, desiderio di cosa-
(sai quanto si fanno blu le vene sulle sue mani, anche ora che non le disegna più? quasi cedono colore al cuscino che sudaticce stringono)

IV
(ho sognato un sogno)

Mi dipingi dall’alto di una camera sorda
di un olio che cola di continuo verso immagini migliori
mi abbozzi appena di schegge nell’aria irrisolta della camera sorda
rimasto senza posa, angolo e stile.

La sofferenza è la mia forma mancante.

V

Nel letto il lenzuolo mi attraversa arrotolandosi in drappeggi di poco conto, come se mi fosse piovuto dal soffitto e me lo stessi tirando per un lembo vicino al collo. Le tapparelle a quindici centimetri da terra non si curano di ciò che accade fuori, una residua persistenza di cumino mi soffia fra le mandibole incurante del colluttorio, le piccole orecchie ritte dei gatti ai piedi del letto sorvegliano l’evolversi del temporale. L’aria fresca rimane poca, e io penso che non ho nessun polpaccio da aggnaciare col mio piede ad arco per prendere sonno. Di notte, quando non ci sei, dovresti amarmi di meno. Così potrei addormentarmi prima. Invece nel letto c’è solo una finzione di altro, quel cuscino in più che nel sonno a volte spingo lontano dal mio corpo, altre volte ignoro e confondo e nel passaggio da uno all’altro mi convinco che siano un cuscino solo. E nel caldo questo letto è sostanza dura e inopportuna, e lo spostarmi verso aree ancora fresche diventa un’altra fatica.
Vorrei addormentarmi sfrontata, senza il pudore della lentezza che spesso il sonno rende necessaria.
Ma niente. Apro il libro, fuggo, dovrò aspettare di crollare per caso e dimenticarmi del mio forte vocabolario da insonne, che mi tiene sveglia più di ogni altra scusa o fesseria.

VI

Un ricordo di chi?
Che cosa porta dentro quella parola, e di cosa era sintomo, l’enuresi?
Il cadavere composto, il cadavere urlato?
Le somme di muscoli sfumavano nell’immobilità della sera, e che nome aveva la stagione?
Si cercavano negli scaffali colli di bottiglie nei quali nascondersi a lungo, sperando di tracimare?
I Magazzini Libertà, i permessi accordati, ma cos’erano i Magazzini Libertà?
Chi disse poi che a nascondersi era un casino schifoso e infinito?
Un ricordo di chi?
(Il blocco di saliva fra un amore e l’altro.
Gli spazi vuoti interminabili come malattie.
Un cartello che so non condividevo,
lo slogan recitava my heart is a cash box.
Poi mi svegliavo e non ricordavo mai nulla.
La notte mi deludeva come appena solchi nelle pagine altrui.
Allora iniziai a inventare sogni, e non sapevo di inventarli, non sapevo di chi erano.)

VII

L’aria secca come castagne mai giunte a mano
il turbine di quegli amori non rinnovabili
e l’indiscutibile presenza
nel setto nasale
di un sogno di me in inverno
da non poterci respirare bene
ora che è ancora solo settembre
e annaspare in questo sonno faticoso
che non si riesce proprio a fare letargo.

VIII

Nel letto comincio a sentire che dormivo e spezzetto le palpebre molto prima di alzarmi. Mi muovo, ascolto, leggo le impressioni dell’ora in corso. Passano poi altri sogni, brevi e compatti, dove in ristoranti senza cibo paghiamo piatti inglesi che non abbiamo mai nemmeno veduto, e un attore triste mi tiene la mano e se non proprio il mio amore mi prega almeno di pulirgli gli occhi dal dolore rossastro della solitudine.
Apro gli occhi poco prima che il sonno s’esaurisca, come se il conservarne un poco nella sacca capiente dell’iride cementasse ogni mia espressione pensierosa e annoiata dandole completezza.
Nel letto mi giro per esaminare la camera e i possibili sbocchi del mio risveglio, e sento che il mio corpo è composto di tre corpi distinti: il mio corpo attorcigliato, il mio corpo fame, il mio corpo pensiero come organo intorpidito. Studio i movimenti e la loro conclusione, muovo i piedi alle piastrelle scure e cerco nella casa una finestra aperta. Scruto, ascolto, annuso. La città qua fuori lavora a pieno ritmo, la città qua fuori poltrisce ancora un poco. Cerco di assorbire aria e tempo. Uscire, mi dico, bisogna uscire.

IX

Eppure certi sogni progrediscono inesorabili
aggrappandosi a ogni stanza nella quale abbiamo vissuto o
solo attraversato, ma di spalle appena più scoperte
e nonostante le pulsioni ad allontanare il cuscino e spremersi
questo terribile sogno dalle tempie, questo rimane,
come il sebo composto di solitudine e smisuratezza,
stabile, grave, viscoso, rimane.

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§ 2 risposte a estelle et le lit

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