olga e carni

I

La consuetudine non costituisce diritto allo sguardo fisso e spavaldo quando non interpellata, invero contribuisce al mio disamore. Getta il bicchierino, mozza il pagliericcio arso dei tuoi capelli per permettermi ossigeno e sparisci. Oggi non sopporterò ulteriori imperfezioni.

In macelleria mancano all’appello sette coltelli.
Ogni coltello corrisponde a una follia.
Ora che lo sai, desideri ancora rimpiazzarli?

II

Nulla si risolve, rimane solo un pericoloso accumulo di frattaglie, e dietro il lacero tappeto di nervi che come versi mi ostino a sciogliere e ritessere ogni giorno non appare certo una caparbia Penelope, ma solo la mia rognosa postura d’accidia.

Il mio corpo frolla da anni nell’attesa di un salvifico evento che non si compie, nè si compirà mai.
Vuoi lenire la mia crudità? o quantomeno ammorbidirla con un fuoco qualsiasi?

III

Certo che prenderò in mano il tuo polmone per spezzarlo sorridendo con la rabbia dei civili saggi , e dimmi pure che il tuo polmone non ha materia e forma che permettano questa repentina reazione, col gelo e la pressione del mio respiro inferocito la mia violenza può ogni cosa.
Morirai nel gelo asettico delle mie mani, con le quali spezzerò il tuo polmone, prima di bruciarlo per cucinarmi una finale soddisfazione.

IV

Il vino che bevo è rosso sangue.
Il sangue che verso è rosso come vino.
Io sono Rosso.
La carne è il segno sotto il quale sono nata.
 

V

olga pensa:
Mi sono spezzata il braccio. Morirò fra quattro giorni.
Per la mia spiccata propensione al crimine sono costretta a lavorare nel retrobottega, e ridurre all’osso i contatti con la gente.

anna risponde:
Mi sono spezzata la minchia.
Sto nell’avanbottega triturata dalla gente.
Ho sfogato la mia propensione al delitto uccidendo il tempo.

VI

Dovresti insegnarlo al corpo stagno del mio corpo e al corpo flessuoso della mia testaccia, come si deve presentare il mio corpo in realtà. E avvicinarsi all’istantanea ideale, dove trovarmi con il capo a sostenere un asciugamano umido, al nervoso scattante al lavoro, al corpicino impacciato di mattina, al corpo morbido e arrotolato della notte. Dovresti insegnargli come mettersi a lato degli eventi senza farsi trinciare il petto. Dovresti dirglielo, che alla schiumata della rabbia non corrisponde il coltello da sfilettatura che divide con precisione la lingua. Dovresti fargli capire che cosa significa rendersi al mondo più umani e consapevoli, lungi dal presentarsi con le carni ben in vista. Devi rendergli un significato di amore che sopprima l’immagine del mio cuore pulsante e indecente pronto per la vendita al miglior offerente.

VII

“Dunque, fa’ silenzio. Non sopporto cicalecci sul mio pasto del giovedì, nè ho intenzione di scuoterti per la collottola fino ad ottenere un silenzio decente. Fa’ silenzio e presta attenzione ad ogni mio movimento. Non è una semplice colazione a base di frutta la mia, ma il modo giusto di assaporare istanti di polvere e insetti e tubi di gomma di cui la mia vita è ora carente. Passami la bacinella con l’acqua, ed evita, se ti è possibile, di chiamarla terrina: non è vocabolo consono all’umore che sto rievocando, e spezza il mio vocabolario rituale. E non ridacchiare. Non sono certo un vecchio sclerotico, e ricordare quest’accortezza ti tornerà senz’altro utile. Nel cestello di vimini sulle mie ginocchia ci sono albicocche in numero variabile fra le quindici e le diciotto: in numero sufficiente da avanzare, ma non così tante da celare il punto di raccordo degli intrecci del cesto.
Mi lavo la mani nella bacinella. Come, pensavi che l’acqua fosse per le albicocche? sciocco. Così perderei la polvere preziosa di strada e collina. Piuttosto le striscio brevemente sulla stoffa consunta dei miei pantaloni, lasciandovi una traccia opaca. Mangio avidamente, ma con metodo: l’albicocca aperta in due all’altezza del mento, tolgo il nocciolo per deporlo nellla bacinella d’acqua, e la faccio sparire in bocca. La tengo in bocca il tempo necessario a schiacciarla tra lingua e palato, quindi la inghiottisco, senza masticarla ulteriormente. Questo sono albicocche mature, basta poca pressione a ridurle in poltiglia. La sequenza si ripete una dozzina di volte.
Terminato il mio pasto fisso il folto della boscaglia, alle mie spalle la nuda ripa scoscesa che spunta da dietro il lato destro della casa. Rimango così per una decina di minuti, il tempo necessario a ricordarmi perchè amo questo posto cui non appartengo.
Hai fissato bene in mente ogni passo dell’operazione? Mi auguro tu riesca a ripeterla senza errori. E’ molto importante. Da domani sarai tu a sedere su questo sgabello con il cesto d’albicocche in grembo, come nuovo guardiano del macello, e la precisione che userai nel tuo compito ci permetterà di continuare ad agire indisturbati. Io torno dentro, in quel budello di stanze dense di carcasse e pulizia, io torno da Olga, e forse fra qualche giorno mi accorgerò che a questa natura cominciavo ad appartenere sul serio. Eppure, devo andare. Olga mi aspetta, e i suoi nervi scossi non accetteranno tagli né compromessi.”

VIII

Puoi immaginare uno scarno discorso sulla bellezza magra? Ecco. No, era solo una domanda, una curiosità da soddisfare, non è di questo che voglio parlare. Ieri ho visto una giovane donna, bellissima. No, io sono rimasta nel retrobottega, però l’ho vista. Sbirciavo dallo spioncino che ho fatto posizionare appena dietro l’affettatrice, per poter vedere in ogni cliente gole tagliate. Sbirciavo e godevo della mia brutale aspirazione, come al solito, senza particolari slanci. Poi, appena dopo il farmacista, vedo entrare questi 50 chilogrammi di bellezza. 50 chilogrammi per un metro e sessantacinque di carcassa direi, la polpa distribuita senza enfasi lungo le ossa, l’abbigliamento appena femminile (il cappotto aveva delle chiarissime pinces, e sentivo l’odore del detergente intimo), il sesso dubbio. Doveva avere mammelle meravigliose e quasi inutili. L’ho guardata mentre cercava lo sguardo indifferente del commesso, rovistarsi fra le tasche per richiamare alla mente la domanda esatta, chiedere delle bistecche “non importa di che taglio, basta che siano spesse e succose”, pagare senza ascoltare il prezzo, ficcarsi l’incarto nella tasca del cappotto come un pacchetto di sigarette e infilare l’uscita velocemente lasciando dietro di sè lo schiocco sonoro della porta nuovamente chiusa. Custode, ho tremato per un quarto d’ora abbondante. Custode, ora che ho visto un simile esemplare mi fa difetto la voglia di tornare col coltello a sudare nella pancia dei manzi. Custode, sono stanca delle interiora dei polli. Custode, trovala e portamela qua. Non posso più amarti. Quella è l’unica nella quale so non potrei mai vedere costata e fegato. La sola che voglio vedere viva al mio fianco.

IX

Non ho più detriti fra le foglie dello stomaco. Ci sono state notti nelle quali ho deprecato con il fiato scporco serrato nei polmoni, per effetto dei conati di vomito che si tenevano tutta la strada in su. E anche le spinte direzionali verso il basso, e gli inestini puliti, a specchio: ho ottenuto, fra picchi di febbre e lamentosi minuti a imprecare, per terra, strisciante, ho ottenuto, dicevo, di avermi come i locali nei quali mi muovo più agevolmente. Eccomi qui ora, a rifiutare nuovo cibo, con cucchiai di acqua e limone a completare l’opera, sono un’involucro pulito nel quale le carni non attendono che di divorarsi a vicenda. Se i miei organi saranno lucidi e ordinati come il bancone della mia macelleria, non avrai motivo di non entrarmi dentro.

X

Quindici giorni di inappetenza
da risolvere con “foglie di sole arrotolate piano con
le dita della mano destra nel palmo della sinistra-
si crea, sulla pelle, un’assenza d’ombre per qualche giorno”
ma il cibo che poi si porta alla bocca
è difficile come arare.

eppure di spunti ne ho per deduzione, schianti, ipnosi.

spunto uno: si mangiano le unghie che ricrescono nello stomaco, facilitando la transizione da cibo a nutrimento.
spunto due: le parole fermentano grazie all’esperienza dello sguardo. dopo una settimana sono pronte per l’infusione.
spunto tre: le mie azioni sono assolutamente più lente, carenza di ferro ma smetto le diete mirate, comunque se mi batto le tempie suonano a vuoto.
spunto quattro: acquistare stecchi, setacci, imbuti da occludere, questa cucina sarà presto giardino.
spunto cinque: smettere di pensare e tornare a ingozzarsi. La mancanza di proteine animali mi rende più acuta, e questo potrebbe uccidermi. Restituirsi ai coltelli affilati e al fegato da succhiare ogni giorno. Arrendersi di fronte alla genetica evidenza del mio fallimento.

XI

Tu vuoi che io cucini per te.
Nella momentanea assonanza tra desiderio e necessità, due sono le cose che devi sapere:
-non v’è circostanza nella quale il contatto fra le mie mani e il cibo si finallizzato ad altro che la macellazione, e non mi adatto mai alla preparazione di un intero pasto da più portate.
-nell’eventualità di una cena, dovrai accettare di avermi seduta dietro un paravento opaco, con una sola apertura sul tavolo che permette di vedere il profilo del piatto e nulla più: preferisco essere identificata con ciò che mangio, che non in base a un fantastico rapporto fra i miei tratti somatici e la mia compostezza da commensale.
Se rispetterai le miei esigenze, avrai un piatto cucinato da me, attraverso il quale sapere di Olga.
La tua bocca sentirà i discorsi precisi della carne che ti cucinerò, e se ne comprenderanno la lingua, le tue viscere sapranno ciò che il paravento cela.

XII

lungi dal riconoscere stracci di carne secca come
concausa di protratte abrasioni sulle gengive,
ecco:
mentre mi affannavo stanotte
correndo campagne a piedi nudi per fuggire uomini
cui non potevo apprtenere,
ho smesso di masticarmi le guance.
ho preso a mordicchiare paglia.
vegetali ispidi e legnosi nella mia bocca.
la notte punisce e vendica.
il letto di noce comanda i sogni.
i sogni segnano la carne.
ricordarmi:
otto ore di sonno solo sul tavolaccio
sotto il neon e le lampade moschicida.

XIII

C’è una figlia al centro del mio energico nevrotico disperato progetto.
Questa erediterà da me un umore che cammina all’indietro,
questa erediterà da me un mondo di lame diverse per taglie diverse,
questa erediterà da me la necessaria precisione nel delitto e nell’efferatezza.
A parte il tentativo di ogni donna di iscriversi nel cuore di ogni poesia d’amore,
da generazioni libere di approssimare il solo difetto di sentimenti e simili voglie,
la testa si protenderà quanto il busto nel servire un tot di persone con le labbra socchiuse a semisorriso, suggerimento, gemito.
Altro non contempla il mio annuario delle malattie rare, per una figlia,
inutile tornare a strapparsi le unghie per correre al riparo-
correre al riparo?! che questo non è nemmeno destino, nè cosìsia, nè monito.

(nel sogno mi diceva:
un giorno ucciderò mia madre
e ne caverò un ragno da un buco
che è sempre meglio un ragnomadre
di una madreragno.)

XIV

Come il tè nero che scaraventa angoscia e nausea per le mie viscere, e continuo a berne, restando con il palato ruvido e pulsante di tannini, mi prendi la testa fra le mani a chilometri da qui, mi prendi la testa e gratti con violenza il cuoio capelluto, mi soffi cenere sugli occhi, mi riempi la bocca di erbe brucianti, sei pronta a cuocermi, a finirmi nell’unico modo possibile che credevo impossibile, il tè mi devasta come un farmaco avariato, tra breve potrei addirittura cedere al desiderio di infilarmi in bocca le mie stesse braccia e rivoltare stomaco e budella, prepararmi alla brace sulla quale mi tieni, tu che non sei più tornata alla macelleria nemmeno per indifferenza, che mi pericolano le dita sul tritacarne ogni volta che giungono roche voci di donna dal negozio, che il custode sa e mi salva chiamandole per nome e non sei mai tu, allora ogni tanto smetto di lavorare e bevo tè nero per procurarmi una nausea e un’angoscia almeno differenti, e non vieni, non arrivi, mi tengo questa nausea come una scusa, tu che non vieni e non te ne vai, e a me non resta che questo tè nero per spezzare l’attesa e rendermi un dolore appena altro, questa angoscia senza fine, questa nausea senza fine, questa attesa senza fine.

XV

Io che mi spendo nel sonno come soldi piovuti dal cielo, Io che nel passaggio da luce a sera a volte ringhio e schiumo e prendo a calci i mobili finchè non riconosco almeno i contorni della mia ombra esangue. E poi, nel pieno disturbo della mia indole, nell’incoscienza delle mie forme, talvolta mi posso calmare e solo guardo.
Perchè lo stomaco mi si fa sottile e dolorante come budello da insaccati. Fuoriescono tutte le colpe da silenzio e contrizione che diligentemente accumulo nelle ore commerciali. Mi si misura addosso la pressione della mia incapacità a parlare, avere rapporti, ottenere uno spazio sociale, e nella misura della pressione implodo, mi mordo l’interno delle guance, mi accanisco sui miei lividi di maldestra, digrigno i denti e mi lancio contro mobili spigolosi.
Il sentiero atterrito della mia follia piega verso sinistra, mi rifugio sotto un tavolo, accovacciata strizzo gli occhi e penso forte. La rugiada nei prati all’alba. I vestiti rosa. Le necessarie carezze ai gatti. I libri di mitologia nascosti sotto al cuscino la sera. La zingara nel sottopasso delle stazione nell’ultima gita scolastica:”Tutte le cose a te destinate arriveranno, ma non le riconoscerai, perchè non sai che ti sono destinate”.
Mi alzo di scatto, rovesciando carrelli taglieri e lame, apro la porta che da sul bancone del negozio. Forse domani comincerò a servire, e mi si vedrà.

XVI

La costante cessione di un quinto della mia rabbia
come te la posso rendere a comprensione?
Con un taglio di muscolo buono solo per il bollito?
O una testa di vitello che riporti a certi romanzi sulla povertà?
Io vorrei solo sedare quella, che mi farebbe odiosa a clienti e
incarti.
Eliminare la dura fibra rabbiosa che non mi permette la vendita.

XVII

(Nel vento, infine, giungevo a capire solo come metafora la mia appartenenza a un sistema disastrato.
Nulla da fare dunque, nessuna salvezza.)

Una volta mi prese per il collo e mi strattonò con violenza facendomi volare all’angolo opposto del corridoio. Ci vollero ore lunghissime per riprendermi dallo scompiglio di nervi e respirazione.
Qualche giorno dopo, in casa sola, soffermai a lungo lo sguardo su un affilato coltello da cucina deposto nel lavello. Lo so ora, il mondo che io comprendo sistema i suoi rabbiosi dividendoli in sadici e masochisti.
Quel giorno seppi che il mio futuro apparteneva alla carne e alla sua giusta macellazione.

XVIII

Stanotte mi sono voltata, ho visto la mia immagine riflessa nel vetro cupo del bancone nel negozio chiuso, mi sono spaventata per la fronte sgombra e spaziosa e severa per via dei capelli infilati nella cuffietta. Forse è per questi tagli di me che a lungo ho concesso così raramente e solo alle mie bestie morte e solo per passione e rispetto delle mie bestie morte, questi tagli di me che ora sfuggono ad ogni sussulto della porta a vetri, pure se ancora saldamente ancorata al retrobottega. Oh, l’idea è di rinuncia. Un continuo rispolverare forze e volontà per poi schiantarmi in un letamaio di viscide alleanze che a suo tempo creai per sopravvivermi e ora paiono indissolubili. Unica soluzione paventata finora, afferrare il polso della mia disumana coscienza e scuoterlo, scuoterlo e sbatterlo come carnaccia fibrosa fino a ottenere una follia meno resistente e solida. Ma tentenno e resto a me, e ancora mi spingo al bancone solo nelle ore notturne, e il solo immaginarmi un cliente in attesa mi rimbalza alle mie stanze di taglieri e segaossa. Io lo so, è il mio cuore, che finora avevo collaudato solo a muscolo, a rivoltarmisi contro e minacciarmi di assalti di folle e fallimenti.

XIX

Magari puoi insegnarmi un comportamento bluastro o mettermi le mani addosso e che poi non se ne parli più. Così dice e che potremmo vendere la pelle i polmoni i seni fors’anche la fica. Ma a quale amore sottostare poi, spoglie, sfemminate, prive? Come odiare senza essere più toccabili?

XIX

(vorrei insegnarti l’orgoglio e la fatica di avere una figlia, perchè mi sono guardata le mani e innumerevoli notti ho atteso il mio rientro a casa e innumerevoli volte ho servito il mio carattere appiccicoso senza alzare la voce e innumerevoli volte ho calato una carezza sulla mia testa di dita che erano poi mie. di qui la fallbilità della mia schiena erosa, consumata dall’assenza di mani a tracciare quantomeno la genealogia delle costole)
oh, non mi dire brava, non dirmi una volta di più, perchè io ti torco le braccia fino a spezzarle e anche il collo! la follia ha serramenti imperfetti e guarda un po’ come ti sbatte fuori. dimmi, ti stupiresti se cominciassi a sbattere contro mura e ostacoli come un insetto impazzito, decerebrato? le senti le cose che accadono che ci fanno così sperare di essere morti, contusi, nudi, ributtanti? siamo carogne instabili, bestie difettose. io posso solo sublimare le spinte con una scrittura di chiodo, chiamala lucida o sottile o pungente. allora so perché certe terminazioni della poesia mandino ancora tante pulsazioni e particelle organiche, sangue, cartilagine e scarti d’ossa.

XX

(Ma non sono sempre stata così.
Certe volte il cuore entrava in un delirio cannibale.
O mi si puntinavano gli occhi di un candore inesplicabile.)

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