racconti in forma di cinque righe

I

Creammo l’equipe Madonna.
Lo scopo era comporre per le masse sogni meno affranti.
Dormivamo su ponti sotto i quali la notte passavano molti treni.
Nel buio superavo il mio stesso sonno, rotolavo fra le mie braccia senza chiuder occhio.
Nel buio morivo d’allarme.

II

Raggiunta la massima capacità artistica, ci accingemmo ad elevare l’unico scopo:
un movimento ai cavalli caduti nelle guerre da che esistono le guerre.
Ultimammo il lavoro in tre mesi, illuminati, inquietanti e meravigliosi
(come gli uomini che fanno bene l’occhiolino). Poi la bomba.
A volte mi capita ancora di sentirmi felice e bevo un goccio di whiskey.

III

Ho appena aperto il vaso dove tengo le mie noci.
Le ultime quattro noci. Dopo che le avrò mangiate,
smetteremo di prenderci in giro. Ognuno per conto suo.
Più nessun messaggio sul tavolo. Più nessun furto. Più nessuna menzogna.
Amerò i miei soli gusci rotti finchè troverò altre noci.

IV

Perchè dopo le orecchie, mi leveranno i piedi.
E dopo i piedi la pelle del viso, oh sì! che loro
han detto: “…tu fallo di nuovo e ti tiriamo giù il muso!”.
Ecco perchè oggi mi faccio l’ultima passeggiata.
Mi sono innamorato di nuovo e loro mi leveranno i piedi.

V

Ella tace, asserisce d’esser solo lo scriba
e dei detriti alle porte del suo tracciato, giura,
non ne sa un bel niente.
(così, la scrittura non fiorisce sempre.
a volte resta assorta in un nulla di fatto.)

VI

Ne sapevo abbastanza di quelle donne
che diventano più belle ogni giorno che passa:
basta accarezzare loro la nuca e il capezzolo s’ispessisce.
Quando venni a stare in città mi lasciai dietro una scia d’amanti.
Ora arrivo a identificare la cosa chiamata amore con uno scambio di batteri.

VII

Una donna appuntita cavalca le mie ragioni.
Come schegge sotto l’unghia, fibre, progetti arenati:
una donna appuntita senza tagli nè carne.
Io non la vedo, non ne so le parti, non la conosco;
eppure ella senza sosta, impuntata, testarda, cavalca le mie ragioni.

VIII

Oh, stella come inferma delle mie braghe.
Stelo torto novembrino dove la brina nemmeno posa,
pendulo da pigliare, non vedersi, o solo appena pungere.
Da nulla per nulla ti piegherò sul mio.
Dopo un minuto nessuno saprà più neppure me.

IX

Per quanto ogni giorno tentasse di diluire il suo
disturbo affettivo stagionale carezzandosi, e dirsi lamponi, schiena appena scoperta,
restava il logoro tessuto biancastro del cielo e reumatismi.
Si guardò le mani. Aprì la finestra e lì si tenne con le gambe nude
immaginandosi malattie meno pedanti.


X

Faccio un buco nel mio collo
perchè tu ti ci possa sistemare.
Perchè tu ci possa abituare,
perchè tu stia per sempre perfetta
in quel buco nel mio collo.

XI

Pare il guasto tutto lì, in quelle gocce di pioggia stese quasi per caso.
Il tessitore di pomeriggi vi si proietta, piano, allarmante,
fino a farle tremare per il vuoto sotto e infine, a quel vuoto sotto,
darsi. Il pomeriggio trema e si ritrae felino.
Altre ore non vede asciutte e regolari. Il tessitore si dimette.

XII

riguardo a questo effettueremo ricerche, esperimenti, analisi accurate:
c’è un rapporto fra l’odore del mio collo e la qualità del mio silenzio?
l’apporto costante di versi ai miei organi mi salverà dal marciume?
O nessuna ossidazione mi sarà mai preclusa,
perchè le parole non toccano il suono del mio tempo?

XIII

Mi chiamassi, per dire, ancora d’un altro nome
(nelle giornate di pioggia io invocavo il satiro, perfetto sistema d’arguzia)
Ma come piove ora mi sbatte giù la primavera dai gelsi come
farinaccia, io lo so, te lo dico,
quando tornerà il sole saremo già fuori dalla stagione.

XIV

Orecchie mozzate nelle sporte al rientro
o un afrore più noto, quasi ossessivo
ci renda l’idea di altro, parallelepipedi
che dia mani come vuoti a rendere
e non scrigni di abitudini in disuso.

XV

(esotica,
mia bambina,
fruscìo,
ti racconterò il sonno di una nazione
e veglierai.)

XVI

Voglio le tue parole.
Mi dai, allora, le tue parole?
O resti nel cortile più vicino, a guardarmi casomai uscissi sul balcone?
Ma non mi dai le tue parole. E io non esco.
(Bisogna ch’io bagni le piante, dai, dammi le tue parole)

XVII

La sostanza dura della stanchezza
L’assenza di premeditazione.
Quattro nomi mi mancano che non diano ulteriori colori.
Quando verrà quella stagione assoluta che non osiamo dire
Ci prendermo come veri.

XVIII

come si scrive inventariato? te lo dico io:
si scrive con la lista precisa dei corpi che siamo stati
delle mani che abbiamo sfiorato per errore
dei distacchi di cute che ci hanno resi più terrigni
delle bocche indicibili, notturne, a progetto di parole.

XIX

Vedi quell’uomo? Si è sposato tre volte
e ha fatto figli con ogni donna.
Ora vive solo, ma mantiene tre famiglie.
Io dico, se fossimo qualcosa di opinabile.
Ma gli accadimenti non danno scampo.

XX

abbiamo sempre creduto di scrivere poesie.
avevamo torto.
non erano poesie.
erano le cose
e i loro fili intricati sottilissimi.

XXI

Forse ho rivolto le unghie altrove
per rieducarmi a incontrollati solchi,
ma ora basta.
L’amore che mi morde è cieco
tocca a me gardare per lui.

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