le ultime parole di mariachiara

I

Sì, certo, bisogna prepararsi al peggio, ma allora anche al meglio, che diamine, sbraitando e inveendo cosa risolviamo, ho iniziato più volte a smantellare i vetri delle finestre di casa e ciò che ho ottenuto da ogni successivo rimontaggio è così vicino alla carne da potersi dire cicatrice.
Guarda la polvere depositata sotto i nostri piedi, solo sotto i nostri piedi e non attorno: siamo gli unici a non scostarci d’un dito, la nostra fissità non è pandemica ma pare irreversibile, come lo giustifichi tu questo dolore muscolare, questa fitta acida al solo pensiero di movimento, come pensare al peggio al meglio o solo a qualcosa di diverso se il tempo fra noi non scorre più?

II

Pare proprio che tu voglia mantenermi viva e pulsante. Da come il tuo congegno dialettico attiva cure e protezione, mi è facile intuire il piano dell’imminente abbraccio e il fluido sentiero che con facilità tracci verso una mia risalita. Ma cosa importerebbe di un apice, vedi la contraddizione, mi dici aria e tenti di assegnarmi posizioni. Se mi vuoi davvero viva e pulsante, lasciami ovunque io sia, pur che possa voler dire lontano dai tuoi piani regolatori quinquennali.

III

Poichè sogghigni della mia prosastica dedizione alle rovine, pare che debba tentare
andando a capo:
ti tengo per il manico
sul mio malumore trapuntato
risme di tessutacci non coprono le mie gambe nere della nostra rovina
spillini e lacca, non mani sulla mia testa
spuntoni intrecciati fra le dita e altri
spaiati spunti per fiabe
radunati
sulle mie spalle
per cordoglio.

IV

Che senso ha la tragedia
di aver visto morire il matto in casa
mentre fingevo di amarti di poesie

ora so
questo mio genio inutile è pieno di buchi
ha la lingua biforcuta
più simile a pornografo che ad artista.

V

può essere ch’io non m’impegni a sufficienza
o che cedendo un poco alla tentazione dell’impegno metta a nudo
un’assoluta incompatibilità col genio
ma ditemi
dove altro le mani potrebbero ricercare nutrimento
se non fra pagine di genio che debellino (tentativo) pagine di procedure
dove un piccolo pasto per la testolina bruciante che gli occhi
sopportino di recapitare

VI

ti cedo i miei passi
quelli di una consistenza precisa, consolidata negli anni
ti lascio i miei esordi corrugati e
quelli spumosi, leggeri, chiari
prendi i miei nodi e tienili in fresco, che non si sa mai
le euforie riciclale come borie a buon mercato
abbandono il tetto, se lo prenda chi non sa come meglio dimenticarsi
che si dica pure in giro che andrò al primo che mi vede,
svendendomi secondo l’abitudine stagionale e mondana
che si dica tutto quanto
quando me ne sarò andata non sentirò non ne avrò certo male.

VII

Ma allora che cos’era, solo una corsa ai primi posti, dio cristo? che se uno non parte poi così tardi e ha una certa resistenza può anche riuscire a sistemarsi in un qualche angolino fra aorta e marciapiede? ma poi correre per cosa, per il riciclo di amori che ormai risultano surclassati, obsoleti, amori di bocche ridotte a cuore del sussulto, cuore del delirio.
Io restavo ferma, non competitiva e, ora lo so, a ragione.

VIII

E’ una geometria divelta, è una geometria scardinata.
Di cuori collaudati solo a muscoli. Di riflessi riconosciuti come propri solo per senso di appartenenza dei metri quadri contenenti i nostri corpi. Neppure smettere di ringhiare di fronte al caos feriale, né optare per una sistematica riduzione dell’isteria, attraverso cortesie quantomeno applicate alla voce con un movimento morbido e bilanciato dei muscoli facciali.
Siamo questo, corpi pieni in un mondo triste e incantevole, e che altro fare se non amarci per mantenere la nostra aderenza ad esso?

IX

Spoglio delle ultime parole di mariachiara, reso difficoltoso dalle regole utilizzate nella loro individuazione.

Dire il mio in questo schema di sotterfugi e parti.
Non sapere che farmene, l’eredità particolare di un mondo particolare.
Se potessi ripartire, come mi faresti? alta? più buona? Ho sentito dire che la grande bontà attira il male su se stessa.

Le lagne della stagione mi sfiorano ancora, io ho scelto, ma ancora non fa meno freddo.
Permangono le intenzioni che non posso condividere dell’aria fredda e rarefatta.
Aspetto la svolta, ma ho già svoltato (quando pedalo col vento contro mi fa male la testa, l’umore prende a camminarmi all’indietro).

X

Che a sperare di sopravvivere
spennacchiati, ridotti, con gli occhi
a fessura,
non si ottiene niente di buono!

Se almeno sapessi di
ottenere
infine
un buon settantapercento di soddisfazione
certo impegnerei questa mia foga
nella costruzione di un mondo migliore.

(versione di emiliassenza:)
Questo è il lato opposto della stagione.
Questa fosse almeno l’ironia mal concessa e inapplicabile al rimbombo di io io io.
Questo è affine al tuono, questo è affine al silenzio.
Questa è la mancanza.

XI

Il presupposto è sapere che
ogni cosa si sporca
e troviamo patine anche sul libro preferito
(soprattutto sul libro preferito)
il telefono s’impatacca
le maniglie delle porte hanno visto giorni
senz’altro migliori.
Le mie stesse parole, temo
avrebbero bisogno d’una bella ramazzata.

XII

(Sono terribilmente inquieta
nessuna fluidificazione per
questo rapporto a mani con l’aria
alla base di ogni mia scelta di parole
e sassi lanciati come versi nello stagnante che non scrivo
e immagini
e plumbee
per cui non so cedermi resa.)

XII

Un radioso motivo:
la fascinazione lenta lenta lentissima
le saldature del senso sulla pelle
(piuttosto, ti davo una vaga plastica di noi? forse
un’ombra discontinua?
Ma ricondurre le forme della giornata in goffi, lustri fotogrammi
sarebbe stato un culto sudicio. Oh, Santa Resa. Per ripicca
mi sarei data compiaciuta. Ora posso solo
fallibilmente riportare il radioso motivo
la lenta lenta lentissima fascinazione.
La pelle mal saldata.)

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