6 giugno 2019 § 3 commenti

la rabbia:
un sentimento d’occasione
che ti spinge ad accanirti sulla tua propria testa

pugni
fra i capelli
eventualmente
anche al muro
che è ruvido
e ti contude le nocche

nel frattempo
un fagotto è posato vicino
a te, da qualche parte,
non risentendo della risacca.

4 giugno 2019 § 1 Commento

e ora
a quale voce ti affidi?

a quali centrali idroelettriche
chiedi luce?

dove trovi
l’utilizzo del tempo
al di fuori della tua gabbia?

su quali mezzi viaggi
ora che tutto è fermo?

chi traduce i tuoi caratteri incolmabili
sono io

io che do voce
senza permesso
né mandato.

3 giugno 2019 § Lascia un commento

per non parlare di quel tuo arto incapsulato
in ere geologiche incompatibili
delle armi oscene che ti premono sulle mani
degli attacchi così tecnologici che ti staccano dal suolo

e la polvere
che si deposita
sulle carcasse delle automobili

siamo vicini, ormai, così vicini
che crediamo di vederci

invece è il fiato che manca

il fiato

e la scelta del lato, del grilletto
da premere o non premere.

30 maggio 2019 § Lascia un commento

la distanza da te è
minima, un dittongo, o mezza orgia,
il bottone danneggiato
che premeresti – la durata della pelle
la scalfittura sui programmi attentamente stesi
e ora non puoi nemmeno oltrepassare una copertina
vivi remoto e contuso
stendi il bucato
come se fosse una conquista sociale.

non era esattamente così che l’avevi pianificato.

27 maggio 2019 § Lascia un commento

nel mentre qualcosa ti mangia vivo
che non è la perseveranza
né lo sfarfallio a buon mercato di certa musica indie
è una pistola rinvenuta nei cassetti di una casa abbandonata
dove una vedova si sarebbe stretta al cuore la foto del marito
che aveva, supponiamo, amanti scadenti come
gli arredi delle chiese di periferia

come un ragazzo vestito bene che ti chiede dove sono i servizi
e la tua risposta gentile
mentre pensi ai corpi impiccati

qualcosa che ti mangia vivo

ti mangia
come i tatuati e i tatuatori
le torce elettriche nelle baite, con le loro batterie disciolte
le necessità di ricorrere al buio sempre più frequentemente
il silenzio che non dura, alimentato a gettoni che scompaiono
come l’acqua in quei tombini che funzionano così bene
gli affreschi scontati di alcune trattorie televisive
ti mangia
e non ti mastica neppure

e dire che allora, nel tuo carosello collaudato,
non eri neppure vivo ma quanto bene
dimostravi il contrario.

alveo

25 ottobre 2017 § 4 commenti

se io avessi ucciso, per esempio.
se io avessi tolto l’adesivo, lo strato
consistente della piena esistenza umana,
l’attività neurale o anche solo quel tuo tocco
afflitto.
se avessi io tolto il liquido dalle tue carni, le avessi
rese giunco, legname, superficie levigata.
ne avessi sottratto lo spazio
e l’attività temporale che è conoscersi
nello stretto della contingenza.
se io avessi ucciso. se io avessi portato la tua vita
altrove, senza permesso, come davvero ho.

La cucitura

16 ottobre 2017 § 1 Commento

Nella tasca conservava l’aceto, il luppolo, le dominazioni
in fermento del del respiro e la chimica necessaria
ad assolvere la vita. Esistere, uno sbaglio netto portato
a raddrizzare lo sguardo. Le mani. Le colonne e la forza
dei dorsali. Alzarsi come il sole e abbassarsi come la nebbia.
Lo schianto del divenire e l’asciutta, morbida consistenza
del riconoscere il lievito, il nodo.

Jack&Jack

14 giugno 2017 § 6 commenti

Lo immagina differente.
Lui che esce dal caffè Florian tenendo per mano una bambina scalza.
Lui e la leva del cambio in un’inquadratura imprecisa.
Lui, fisso sull’orizzonte, spoglio come un faro in disuso.
Lui che tempesta sugli scogli reggendo un’armonica a bocca.
Lui e le donne che è stato, appiattite dietro la tenda.
Lui e la maldicenza, arroccamento impietoso.
Lui presso di lei, come se bastasse dire semplicemente:
lui.

Jack&Jack

13 giugno 2017 § Lascia un commento

Dal soffitto i leoni la guardano e la stanchezza
è un’orchidea in declino, non si da pace
allora con le dita si sfiora il ventre
e torna alla veglia. Il ventre è ancora lì
gonfio e abilitato
una silloge accresciuta nel compiersi della stagione
la maturazione nei pressi dell’inverno
il coccige affaticato. Lui non osa toccarla più di tanto
è già in competizione col figlio, in soggezione
nei confronti della figlia, lo spaura ciò che sarà:
la prosecuzione, l’efficacia degli atti.

Jack&Jack

12 giugno 2017 § Lascia un commento

Lui darebbe non so cosa per rincontrarla
una prima volta. Accadrebbe per caso,
sera inoltrata, dopo le 23, in un locale
anonimo e polveroso come ce ne sono
non appena finisce il quartiere alla moda, nelle metropoli,
uno di quei locali dove la gente beve
qualcosa a caso, al tavolo sola, con davanti
il computer o lo smartphone o entrambi,
e lui, appostato al bancone e indeciso,
spierebbe nella sua direzione, nemmeno combattuto,
piuttosto deciso a guardarla e non tentare nulla
finché lei non se ne andasse, e lui
non la seguirebbe, certo di incontrarla
nello stesso posto e per caso in altre occasioni,
e quasi sperando che non accadesse, restando
con un quinto di cuore intrappolato
nell’innamoramento inconclusivo verso una persona
vista una volta, desiderata oltre misura, mai più ritrovata.

Jack&Jack

9 giugno 2017 § Lascia un commento

La mattina era una musica che la sentiva nascere,
appena sbarcata, oltre la chimica del corpo, con i
piedi a esplorare il letto fingendolo sconosciuto.
La sua riva era baciata dalla luce: la luce esplodeva.
Come stai, le chiedevano, bene, sono molto felice,
rispondeva. Ottobre proseguiva, ma questo non è
degno di nota. La vita si ripopolava di porte.

Jack&Jack

8 giugno 2017 § Lascia un commento

Così giunsero al termine le interminabili tazze di tè.
Un clangore, e poco altro annoteremmo sul termine
ultimo del cambiamento: le cui dimostrazioni erano
potenziali, e come tali si espressero. Crebbe dentro
e crebbe fuori, come un corpo, come numerosa, e
lei ebbe una direzione, un trasporto finalmente a darle
la decisione, il prospetto, il bugiardino: che le cose
possedevano il senso, il significato ultimo del
generare.

Jack&Jack

7 giugno 2017 § Lascia un commento

Ci sono particolari che lei ricorda con profonda
malinconia, quando pranza da sola.
Il pulsare roboante della risonanza magnetica.
Le orme di una bambina spaventata nel deserto.
Quella volta che aveva tre figli biondi.
Le unghie curate in un lunedì di pioggia battente.
Il dispiacere di pranzare sovente da sola.

Jack&Jack

5 giugno 2017 § Lascia un commento

Lui vorrebbe regalarle un fiore per un paio
d’ore, una prognosi riservata, una condotta
esemplare. La vede arrancare nell’estate,
dissestata sulle ore più calde e furiosa
sugli imprevisti, il viso terribilmente stanco
come un giardino decomposto. Questo pensa
guardandola e poi non se ne fa nulla, resta
quell’intenzione che prende solo forma e
miseramente, quasi una boutade fra sé e sé,
un singhiozzo, uno spuntino di metà mattina.

Jack&Jack

4 giugno 2017 § Lascia un commento

In questi giorni lui cede e apre il petto,
scruta il cielo e non bada alla polvere,
soccorre un uomo che ha le convulsioni
e spazza via le briciole dal tagliere con
il palmo della mano. In ognuno di questi momenti
pensa che lei è distante, come sempre
ma in maniera più nitida, con gli occhi
che si allontanano ad altissima definizione
ed è come assistere a un delitto, dormire
in un letto singolo, mangiare fino a sentire
la nausea, come una colpa, come un peccato.
Potremmo dire che chi narra
scrive una fine per non viverla, o dare la colpa
al governo, all’immigrazione.

Jack&Jack

3 giugno 2017 § Lascia un commento

Lei a un certo punto è convinta
di aspettare un bambino, lui dice speriamo
che sia una colomba, una piccola
colomba infuocata che prenda il volo
non appena ti riesce e ti esce,
nelle tue piume impiumettata, un
uccellino bianco come una pavlova,
tutto da mangiare, tutto pieno di voli.
Dopo qualche giorno la convinzione
è bella che sepolta. Siamo fottuti amore,
gli dice, la colomba non c’era.

Jack&Jack

2 giugno 2017 § Lascia un commento

Lettera senza data, su carta a quadretti.
“Ho le gambe corte, per questo
dovresti amarmi, farmi un monumento
sconclusionato con due zampe
brevi e cicciotte, però belle, perché
io le vedo così belle che l’acciaio
potrebbe averle fatte: ho le gambe cortine e il passo
lungo, per questo mi amerai, contro ogni
ragione, mi metterai in testa una corona
di foglie e fiori, mi farai botticelliana,
ricamata dentro un’anguria con un poco
di morfina per tenermi calma, me e le mie belle
gambotte, e ora voglio una tequila.
Baci, buonanotte, va’ al diavolo.”

Jack&Jack

1 giugno 2017 § 4 commenti

Ci sono giorni in cui non vivono insieme
giorni in cui non sono nemmeno una coppia
o non ancora. Dal divano sul quale è stesa,
guardando un film sudamericano, immagina di
scrivergli un messaggio: ciao, dovremmo vederci,
vengo a casa tua, guardiamo un film, o almeno
iniziamo a vederlo, finché non mi scosterai
i capelli dalla fronte e mi dirai sei bella, sei bella
come se qualcuno lo avesse scritto per bene
,
e a quel punto ti lascerei mettere le mani un po’ dappertutto
ci toglieremmo i vestiti e faremmo tutto il resto
in pratica ce ne andremmo dal film, staremmo via
a lungo, una o due ore, cinque minuti. Poi non gli
scrive, guarda il suo film sudamericano, le mani
casualmente attorno al corpo: senza che lui
esista.

Jack&Jack

31 maggio 2017 § Lascia un commento

Questa continua a essere, anche oggi,
una storia di corpi. Gli antropologi farebbero con loro
quello che fanno gli archeologi, trattandoli con estrema
cautela, facendo sì che gli agenti esterni
non possano determinare alcun ritardo, né influire
sul risultato che si spera di ottenere:
la conoscenza. Cercano fra le pieghe dei loro
contatti come si fa con le pietre, con l’oro, usano
pennelli con setole morbidissime. Quando trovano
qualcosa di certo, di innovativo, pubblicano articoli
su riviste specializzate, in inglese. Loro
intanto continuano a vivere come niente fosse
in quanto davvero nulla è.

Jack&Jack

30 maggio 2017 § Lascia un commento

Eppure, loro si amano. Li vediamo
mentre la notte nel sonno si prendono
improvvisamente per mano, si accompagnano
a prendere un riposo più profondo ed efficace.
Animali sfrondati degli istinti più basilari,
si tengono stretti ai corpi e si danno sostegno,
fanno banda, si puntellano l’un l’altro per superare
confronti diversi. Nel colore della coppia restano
luminosi a sufficienza da resistere a ogni
previsione, pure sana, pure augurale.

Jack&Jack

29 maggio 2017 § 3 commenti

L’arguzia segna certe loro discussioni serali,
o mattiniere, quando lei tenta un approccio
diretto e lui le risponde come farebbe un ventenne,
senza grazia, con quella trasparenza che segna
la giovinezza e la imprime su ogni gesto.
Così non dovrebbe andare, così va.

Jack&Jack

28 maggio 2017 § Lascia un commento

Di notte lei sogna accadimenti di incomparabile
banalità, lui li trascrive, corteggiando un sogno
letterario:
Lei che cammina nuda per le strade del suo paese natio;
incontra il professore di italiano che le fa notare il filo
di umori che le cola dalla vagina; lei non ha maniera
di coprirsi o fuggire.
Lei che va al lavoro la mattina prestissimo, assonnata,
abbigliata senza cura alcuna; avvicinandosi al portone
di servizio del luogo in cui lavora vede due che scopano,
lui che la sostiene contro lo stipite, sembrano animali,
prova invidia, vorrebbe toccarsi ma non ne è in grado,
nemmeno in sogno.
Lei che si ritrova nella prima casa in cui visse da sola,
come al ritorno da una lunga vacanza; in questo sogno
ricorrente e crudele trova i gatti e il padre morti di
inedia.

Jack&Jack

27 maggio 2017 § Lascia un commento

Nella camera da letto, con le prime luci dell’alba,
risuona la musica minimalista di Jan Garbarek.
Provengono entrambi da incubi raffinati
sorti appena, come a spiare da un rosone cieco,
privi della pietà luminosa e rinascimentale che
potrebbe narrarli, risolvendoli. Lei si alza, sui
seni liberi calza una maglietta morbida, si infila
in bagno e orina con la porta aperta.

Jack&Jack

26 maggio 2017 § Lascia un commento

La sera, a letto, lei gli legge un libro pallido.
C’è un suono che le muore nella gola
e si tira indietro i capelli, perché non le
impediscano la lettura. Lui è nell’altra
stanza, guarda la televisione. Lei è nell’altra
stanza, guarda la televisione. Si lavano le
schiene pallide nel tormento delle ore tarde,
sostengono un film francese di debole
sceneggiatura. Nel tour forzato dei loro
difetti inseriscono un’ulteriore tappa,
dove avanzare un dubbio scabroso.

Jack&Jack

25 maggio 2017 § Lascia un commento

Amare è la cosa meno necessaria
o forse dichiararlo, quando la polvere si affaccia
sulle strade del primo sole, allora lei soffoca
il silenzio e gli pavimenta il mattino di queste
parole così mozze, così poco necessarie e
di dubbio apporto, prendendogli la testa
come un frutto sacrissimo che conserva
i semi di ogni generazione, affacciandosi
sul suo campo visivo con la tenerezza
che luglio concede, ecco, ecco la pronuncia
forte, un po’ tremante, non sostenuta dal
diaframma, la minuscola formula tracciata
nell’aria come un furgone portavalori fino
a giungere al suo orecchio, lui che esce dal
sonno, apre un poco gli occhi, salta due pagine,
dice ciao, che ore sono.

Jack&Jack

24 maggio 2017 § Lascia un commento

“Tu sai che questa cosa non ha conto?
Sai che siamo in un terreno senza nome,
con corpi che si fanno apolidi nel contatto
così intimo, e non esiste smorfia che
si possa mostrare esterna per dire no,
ci eravamo sbagliati, era altro.
E ora vorremmo dichiarare, non dimenticare,
tu puoi fare ma non allungare pretese,
non regnare, non ereditare.”

Jack&Jack

23 maggio 2017 § Lascia un commento

Un pomeriggio esce prima che lui torni a casa,
gli lascia un messaggio sul piano della cucina.
“Ricordi quando sentivamo René Aubry,
e quella musica generava treni a picco sul mare,
mi dipingeva le unghie di malinconie bestiali
e in quelle malinconie ti permettevo di guardarmi
senza che mi sentissi vista né braccata?
Ricordi quando sentivamo Rufus Wainwright
e la sua voce trafiggeva i muri, smaltava le
camelie nel giardino e ci giuravamo tutto,
perché sentivamo che tutto era nostro da
controllare e nulla d’altro sarebbe intervenuto?
Da anni la musica stava in uno scaffale remoto,
non la indossavo, la stagione non permetteva.
Oggi però ho ascoltato Schubert, da sola.
Io ero il pianoforte e la voce mi corteggiava.
Perdonami, per favore. Ci sentiamo più tardi.”

Jack&Jack

22 maggio 2017 § Lascia un commento

Le da appuntamento all’uscita della tangenziale,
lui la aspetta appoggiato all’auto, lo sguardo
perso sull’asfalto, ma lei è ancora in bagno e
cerca di sistemare i capelli che non vogliono
saperne di essere sistemati, lui spazientito
percorre rapido il corridoio e entra in bagno,
Devo aspettare ancora molto le dice, lei si
innervosisce, in un moto di stizza sbatte
il foulard sulla console, È da mezz’ora che
sto qua e ancora non ti sei fatto vedere risponde,
sono stanca e a disagio, ho un vestito leggero,
sono passati camionisti che hanno suonato
il clacson con trasporto, Sono seduto sul
bordo del letto e non riesco a muovermi ribatte lui,
lei sospira e risale in auto, la rimette in moto,
gli ha dato appuntamento all’uscita della tangenziale,
ora guida in direzione opposta.

Jack&Jack

21 maggio 2017 § 1 Commento

Quando fanno l’amore: una sequenza abilmente girata.
La mano di lui si sposta per entrare
nell’inquadratura del seno di lei, che
stringe forte continuando a muovere le dita,
come se cercasse di contenere un pugno
di sabbia. Lei gli sfila la maglietta, uno
stacco di scena muove l’attenzione sul
bacino dell’uomo. Quindi viene un rapido
movimento di fotogrammi che suggeriscono,
senza tuttavia pronunciarsi apertamente.
I dialoghi sono molto poveri, ma abbiamo
gemiti a fare da didascalia, a mantenere
il focus. Ben oltre i titoli di coda lui è stanco, lei
girata su un fianco si chiede quanto ancora
dovrà continuare, questa messinscena.

Jack&Jack

20 maggio 2017 § Lascia un commento

Non furono sempre insieme.
Il primo portava l’elettricità.
Il secondo parlava di paesi stranieri.
Il terzo era giusto e normale che fosse.
Il quarto aveva la storia dalla sua.
Il quinto decresceva e non avanzava.
Il sesto non era una paresi.
Il settimo non poteva essere il settimo.
L’ottavo non smetteva di imparare.
Il nono aveva smesso da tempo.
Il decimo era un’isola, l’isola guardava.
L’undicesimo era indifferente e la lasciava esistere.
Altri non sono stati numerati, grazie al cielo.