Supermarkt

24 aprile 2020 § 1 Commento

1.
I cessi sporchi
dove ci si guarda
negli specchi, bellissimi
relitti.

2.
Piccoli furti ammissibili
in una locanda untuosa.
Come una zolletta di zucchero
che si sgrani
in tasca.

3.
Fuori
guerriglie di ragazzini
in un porto scuro.
Cassonetti, sacchi.
Uno sguardo che agguanta
e non si lascia
agganciare.

4.
In un vetro rotto
in una locandina
sul marciapiedi consumato
il giorno si declina lento in altri giorni
non bene distanziati.

5.
In mezzo a una strada urbana
senza curarti
del passaggio delle automobili.

6.
Tutto per essere
giovani, inadatti, inconfigurabili.
Nessuno che abbia mai fatto nulla
il punto
è proprio questo:
nulla.

7.
Tutti che ti vogliono aiutare
per riportarti a una casistica
fallimentare.
La rovina ti ricama gli occhi
mentre reiteri la rovina stessa
la nutri di fretta e distrattamente
di fuga in fuga.
È una disperazione
che si fa chiamare libertà
e ti accarezza i polsi che ti lega.

8.
All’improvviso sboccia
un’epifania bionda
truccata oscenamente
bella come una periferia abbandonata.
Ti abbaglia, tramonta.

9.
Quelli che ti vogliono aiutare
ti coprono
e tu resti comunque il più nudo e additato.
Sei una scoria stupenda
passata di mano in mano.
Ti impastano tutti
ti dispiegano distrattamente.

10.
Il mondo è un cumulo
non sa bene che farsene
del tuo respiro.
Sei talmente disperso
piccolo involucro
spazzato
in una stazione della metropolitana.
Potresti anche uccidere qualcuno
farti rapire con la lusinga
di una scopata.

11.
Il suo appartamento lustro
ti incorda
ricava diamanti da una grafite
improbabile
sogna di mettertelo nel culo
davanti a un mazzo di tulipani.
Lo fa.

12.
Nella luce scivoli via randagio
giorno di pioggia sotto un sole sferzante.
Si fidano tutti
o sono irretiti, bestiolina
mia?

13.
Lo ritrovi
quel malfermo
biondo contrassegno di donna
la prelevi
come un gioco di guerra
la porti in spiaggia qualche ora.
Piccola coppia di scoviglia.

14.
La vita è
una cura fallimentare
impiccata al tuo collo.
Tu, conteso e bramato.

15.
Credo che l’amore sia così
un disastro che non si può
non volere
un bambino che piange se inascoltato
pronto a trasformarsi in tempesta.
E alla fine della tempesta
come in una canzone
moriremo tutti, saremo avariati.

Perché il Signor R. è colpito da follia improvvisa?

16 aprile 2020 § Lascia un commento

1.
Cose delle quali non abbiamo più
memoria:
la neve pulita sulle strade
e le barzellette.
Ora è un momento
incolore.

2.
Presenta una donna
come somma di stereotipi.
Possibilmente un cappello di visone
un interlocutore mediocre.

3.
Non è avercela con qualcuno
è la noia
la ripetizione
l’incontrovertibile rispetto delle direttive.

4.
L’amica si torce i ricci
medusa bionda
dalle ossa delicate.

5.
Possiamo permetterci
di non avere scopo?
Di giocherellare con un nòcciolo
prima che diventi radioattivo?
Possiamo davvero permetterci
di mettere al mondo
istanti di perfetto terrore
per riaffermare
la bellezza, l’indipendenza?

6.
Sappiamo lavorare
graziosamente
e con cieca dedizione
ai piani imperscrutabili di qualcun altro
dirigere una matita su un grafico
timbrare un organo interno.
Destarci, di rado.

7.
Incognite inavvertite
minimi scarti metrici.

8.
La sera la routine prevede cognac
una piccola portata di contatto
esporre eventi marginali
un manifesto di libertà
redatto a distanza dai genitali.

9.
Le visite di cortesia
nei giorni festivi:
turni non retribuiti:
Stai bene Non ti preoccupare che bel
vestito che hai Il caffè è delizioso
Grazie Allora potrai dire alla gente là fuori
che ti arrangi da solo –
Piccole passeggiate.

10.
Il bosco è bianchissimo
si incrinano gli alberi.
Il bosco si fa tranello
di parole e raffiche scrupolosamente direzionate.

11.
La perfezione tecnica non è sufficiente
Bisogna raggiungere
un livello superiore.

12.
Essere inefficaci e inappagati
soprattutto sordi
una piaga in suppurazione.
Si produca comunque a pieno regime
spazzando via
le sottigliezze.

13.
Fate di conto
verificate il bilancio
costruite un presepe
adatto ai figuranti previsti
esibite il grafico
di una strabiliante
perfetta
mediocrità.

14.
Si sminuiscono i corpi inelevati
ancorati a una corruzione
che non concede tregua.
Smarrita la dignità
si finisce
insieme
in un lodevole merdaio.
Chi pare lucido
sparge invero chiodi e
altre trappole.

15.
Si diventa così bambini.
Si diventa così vecchi
quando non ci si sa spiegare.

16.
Ridere di cose passate
come fossero lontane
invece sono concause di una consunzione
che non osiamo
annotare.

17.
Il fatto di ricordare tutto
ci appesta.
Dimenticare
ci consegna a una maggiore
ferocia.

18.
Ma riapriamo ogni volta
i cassetti
le gabbie
le mani
la bocca
la spaventosa porta di una casa
nella quale
non abbiamo mai abitato.

19.
Fervore
è solo un lemma
al quale ci aggrappiamo pronunciandolo
tornando, dopo un istante,
articoli da esposizione.

20.
Un Lieder smarrito
nei vapori
del riscaldamento centralizzato.

21.
Allora silenziare tutto.
Terminarlo
con una gran bella mazzata:
e l’osso ioide spezzato.

Alveo

13 aprile 2020 § 1 Commento

guarda il servo:
un albero esotico
simile a un paese del sud,
o a panni stesi in inverno

l’arte di disporre i fiori
nel più grande ripostiglio di sempre

dove lo trovi un uomo
in grado di farti rigare dritto
il cuore, dove,
nemmeno sul mercato nero
nemmeno in un anellino –

dove, a prendere le mani per scherno,
ce ne sarebbero
di donne
coi capelli tagliati corti
e il nome appuntato sulle punte delle dita.

Jack&Jack

9 aprile 2020 § Lascia un commento

C’è un corpo nero nelle mattine
luminose, un corpo
nero come la fame
corpo lavico e marginale.
Loro intanto piangono
ma piangono soli
o con la scusa di un treno.

Il cantiere è chiuso da molto tempo
ne conservano poche immagini radiali
come una pianta rinvasata: lo narrano
tuttavia, come qualcosa
che importa ormai poco,
un’usanza abbandonata.
Parlano di fisica.
Parlano di qualsiasi cosa a pretesto delle
mani, del toccarsi selvaggio e grave,
molto serio, come quando transitarono
dalla carta all’aria, dal divano alla pelle,
murati nella luce, ora corpo nerissimo –
così nessuno lo vede, così continuano
a guaire, a essere corpo.

Alveo

4 aprile 2020 § Lascia un commento

Perché sparire
come un colpo di pistola mai tirato
perché dimorare nella rogna
inconsistente di una verità indissolubile
e impronunciata
perché appartenere
se il nome era disastro, dissoluzione,
amore,
e l’ho già portato.

Cratere d’impatto

2 aprile 2020 § Lascia un commento

invece il mattino ha colore miele di castagno
e si abbandona ai lati delle finestre come
un’adolescente nelle mattine di agosto
spostandosi piano i vestiti del pensiero –
tu sei lontana anni luce, sei in un bosco fitto
dove non c’è vita, sei fintamente dolente e
lacerata nella bocca, con i vestiti nuovi e buoni,
il telefono rotto, i tacchi consumati, sei in una
galassia dove chi ama non è mai stato che
perduto.

Lo strappo

1 aprile 2020 § Lascia un commento

È una conflagrazione
una priorità
un lupo
qualcosa di cui prendersi cura
un angelo osceno
esiliato dagli affari del corpo

La protezione che non serve l’esistenza

Cerchiamo la quiete nel caos:
E tutto crollò verso il cielo.

cratere d’impatto

31 marzo 2020 § Lascia un commento

musica suonata al contrario
muri dove l’umidità fiorisce sotto il legno
tu sterrata
come gli inverni indecisi
che durano e perdurano senza chiamarsi inverni –

nel mentre dolori inesumati.
il nutrirsi automatico
con troppi vestiti addosso.

Lo strappo

25 marzo 2020 § Lascia un commento

Come a dire che
un commiato è amare, e io, che non volevo
salutare nessuno,
chiusa nel ventre opaco del drago, attendevo
una notizia nervosa e diretta
un aggiornamento instabile
nella cautela delle attese.

cratere d’impatto

25 marzo 2020 § 2 commenti

come i vetri che ho mangiato
le cento, mille piogge severe
talvolta solo indecise
la costanza dell’imprecisione
il grilletto del cibo
(ecce panis angelorum)
le mie viscere percosse
e tu, tu eri una voce.

cratere d’impatto

24 marzo 2020 § Lascia un commento

perché, tesoro mio, da quindici anni non sono più in grado
di ascoltare musica che non sia classica o già nota
pena tornare all’indecisione, alla derisione romanzesca
che era lo stare spennata e accovacciata su una sedia
scandagliando archivi e greche decorative
dove una voce faceva ramo, una chitarra acustica piuma
ma il nido era sfatto come i letti, non sapevo cacciare o riposare,
ero piuttosto casuale, nel pensiero di te lontana che, ora riconosco,
non esisteva, non era affatto pensato.

alveo

23 marzo 2020 § Lascia un commento

e poi andremo a La Rochelle,
sul mare, ricordi Simenon
e tutte quelle morti sfacciate,
io penso anche a certi film di confine fra il kitsch e la nouvelle vague

senza nemmeno il conforto di una controfigura
noi, bambina e non bambina, con le mani nude
andremo incontro alle telecamere

nel frattempo si saranno licenziati gli elicrisi
conteremo le piogge
fisseremo i quadri successivi

15 dicembre 2019 § Lascia un commento

come vedo il tuo corpo in azione
il tuo acciaio, la tua polvere –
e dire che avevo disimparato a guardare
a stare ferma con uno scopo
anche solo a stringerle le mani mentre scivolava nel sonno –
come vedo il tuo corpo
in azione, dicevo, il mattone, la pietra viva
che ti disfa come una narrazione contemporanea
come lo vedo
ora così lontano e privato del contorno
così preciso e diverso
come il corpo che mi si fa addosso mentre mi appoggio
(piano, perché non resti il segno)
alla rete del tempo.

18 ottobre 2019 § 1 Commento

quante cose non avevamo considerato
lo stupore immanifesto
la lievità del respiro nel sonno dolce
i lieviti fra le nostre mani così separate e disilluse

come un tramonto su una spiaggia affollata di negoziazioni

e le persone, tutte le persone incontrate
con quel tutto da dire e quel niente detto
insofferenti ai bambini che muoiono di continuo

come potevo essere diversa

come, come potevo trovarmi ancora un nome
senza considerare le conseguenze.

3 ottobre 2019 § 1 Commento

sono una brutta persona, irene, perché
quando canticchi per mezz’ora di fila
dov’è il mignolo
rimpiango i tempi in cui sceglievo fra tavolo e divano
sono una brutta persona
perché non ti stiro le magliette
perché di notte quando ti svegli ancora 4-5 volte
mi capita di lanciare improperi
senza nemmeno abbassare la voce
e ti mando a quel paese
sono una brutta persona
perché mi preoccupo se non mangi se non dormi se ti ammali
perché penso che il tuo viso quando dormi o fissi il paesaggio fuori dal finestrino
sia la più bella opera d’arte in senso assoluto e universale
perché sei la più intelligente e acuta e guai a controbattere
perché quando mi guardi e mi accarezzi penso
che nessun altro mi amerà così
sono una brutta persona
perché ti ho voluta così tanto da averti
e ora che ti ho
vivere è un casino immondo
di fioriture e ustioni.

26 settembre 2019 § Lascia un commento

in quel pezzo di pelle che le manca
a definirsi una persona, a perseguire il suo
obiettivo che è, in fondo, di avere un obiettivo,
in quel frammento di derma mancante e smaltito
in quella carne a vista non più traslucida e già
sulla via della cicatrizzazione, in quell’angolo
della nocca passato da convesso a concavo
in quei contorni sottili e scuri lasciati dalla colla
del cerotto, in quella piccola ferita, così
trascurabile e curata, spiata, baciata affinché
guarisca prima, in quel quadro seicentesco
dove ripara la sua mancanza, il suo proposito
incerto.

6 giugno 2019 § 3 commenti

la rabbia:
un sentimento d’occasione
che ti spinge ad accanirti sulla tua propria testa

pugni
fra i capelli
eventualmente
anche al muro
che è ruvido
e ti contude le nocche

nel frattempo
un fagotto è posato vicino
a te, da qualche parte,
non risentendo della risacca.

4 giugno 2019 § 1 Commento

e ora
a quale voce ti affidi?

a quali centrali idroelettriche
chiedi luce?

dove trovi
l’utilizzo del tempo
al di fuori della tua gabbia?

su quali mezzi viaggi
ora che tutto è fermo?

chi traduce i tuoi caratteri incolmabili
sono io

io che do voce
senza permesso
né mandato.

3 giugno 2019 § Lascia un commento

per non parlare di quel tuo arto incapsulato
in ere geologiche incompatibili
delle armi oscene che ti premono sulle mani
degli attacchi così tecnologici che ti staccano dal suolo

e la polvere
che si deposita
sulle carcasse delle automobili

siamo vicini, ormai, così vicini
che crediamo di vederci

invece è il fiato che manca

il fiato

e la scelta del lato, del grilletto
da premere o non premere.

30 maggio 2019 § Lascia un commento

la distanza da te è
minima, un dittongo, o mezza orgia,
il bottone danneggiato
che premeresti – la durata della pelle
la scalfittura sui programmi attentamente stesi
e ora non puoi nemmeno oltrepassare una copertina
vivi remoto e contuso
stendi il bucato
come se fosse una conquista sociale.

non era esattamente così che l’avevi pianificato.

27 maggio 2019 § Lascia un commento

nel mentre qualcosa ti mangia vivo
che non è la perseveranza
né lo sfarfallio a buon mercato di certa musica indie
è una pistola rinvenuta nei cassetti di una casa abbandonata
dove una vedova si sarebbe stretta al cuore la foto del marito
che aveva, supponiamo, amanti scadenti come
gli arredi delle chiese di periferia

come un ragazzo vestito bene che ti chiede dove sono i servizi
e la tua risposta gentile
mentre pensi ai corpi impiccati

qualcosa che ti mangia vivo

ti mangia
come i tatuati e i tatuatori
le torce elettriche nelle baite, con le loro batterie disciolte
le necessità di ricorrere al buio sempre più frequentemente
il silenzio che non dura, alimentato a gettoni che scompaiono
come l’acqua in quei tombini che funzionano così bene
gli affreschi scontati di alcune trattorie televisive
ti mangia
e non ti mastica neppure

e dire che allora, nel tuo carosello collaudato,
non eri neppure vivo ma quanto bene
dimostravi il contrario.

alveo

25 ottobre 2017 § 4 commenti

se io avessi ucciso, per esempio.
se io avessi tolto l’adesivo, lo strato
consistente della piena esistenza umana,
l’attività neurale o anche solo quel tuo tocco
afflitto.
se avessi io tolto il liquido dalle tue carni, le avessi
rese giunco, legname, superficie levigata.
ne avessi sottratto lo spazio
e l’attività temporale che è conoscersi
nello stretto della contingenza.
se io avessi ucciso. se io avessi portato la tua vita
altrove, senza permesso, come davvero ho.

La cucitura

16 ottobre 2017 § 1 Commento

Nella tasca conservava l’aceto, il luppolo, le dominazioni
in fermento del del respiro e la chimica necessaria
ad assolvere la vita. Esistere, uno sbaglio netto portato
a raddrizzare lo sguardo. Le mani. Le colonne e la forza
dei dorsali. Alzarsi come il sole e abbassarsi come la nebbia.
Lo schianto del divenire e l’asciutta, morbida consistenza
del riconoscere il lievito, il nodo.

Jack&Jack

14 giugno 2017 § 6 commenti

Lo immagina differente.
Lui che esce dal caffè Florian tenendo per mano una bambina scalza.
Lui e la leva del cambio in un’inquadratura imprecisa.
Lui, fisso sull’orizzonte, spoglio come un faro in disuso.
Lui che tempesta sugli scogli reggendo un’armonica a bocca.
Lui e le donne che è stato, appiattite dietro la tenda.
Lui e la maldicenza, arroccamento impietoso.
Lui presso di lei, come se bastasse dire semplicemente:
lui.

Jack&Jack

13 giugno 2017 § Lascia un commento

Dal soffitto i leoni la guardano e la stanchezza
è un’orchidea in declino, non si da pace
allora con le dita si sfiora il ventre
e torna alla veglia. Il ventre è ancora lì
gonfio e abilitato
una silloge accresciuta nel compiersi della stagione
la maturazione nei pressi dell’inverno
il coccige affaticato. Lui non osa toccarla più di tanto
è già in competizione col figlio, in soggezione
nei confronti della figlia, lo spaura ciò che sarà:
la prosecuzione, l’efficacia degli atti.

Jack&Jack

12 giugno 2017 § Lascia un commento

Lui darebbe non so cosa per rincontrarla
una prima volta. Accadrebbe per caso,
sera inoltrata, dopo le 23, in un locale
anonimo e polveroso come ce ne sono
non appena finisce il quartiere alla moda, nelle metropoli,
uno di quei locali dove la gente beve
qualcosa a caso, al tavolo sola, con davanti
il computer o lo smartphone o entrambi,
e lui, appostato al bancone e indeciso,
spierebbe nella sua direzione, nemmeno combattuto,
piuttosto deciso a guardarla e non tentare nulla
finché lei non se ne andasse, e lui
non la seguirebbe, certo di incontrarla
nello stesso posto e per caso in altre occasioni,
e quasi sperando che non accadesse, restando
con un quinto di cuore intrappolato
nell’innamoramento inconclusivo verso una persona
vista una volta, desiderata oltre misura, mai più ritrovata.

Jack&Jack

9 giugno 2017 § Lascia un commento

La mattina era una musica che la sentiva nascere,
appena sbarcata, oltre la chimica del corpo, con i
piedi a esplorare il letto fingendolo sconosciuto.
La sua riva era baciata dalla luce: la luce esplodeva.
Come stai, le chiedevano, bene, sono molto felice,
rispondeva. Ottobre proseguiva, ma questo non è
degno di nota. La vita si ripopolava di porte.

Jack&Jack

8 giugno 2017 § Lascia un commento

Così giunsero al termine le interminabili tazze di tè.
Un clangore, e poco altro annoteremmo sul termine
ultimo del cambiamento: le cui dimostrazioni erano
potenziali, e come tali si espressero. Crebbe dentro
e crebbe fuori, come un corpo, come numerosa, e
lei ebbe una direzione, un trasporto finalmente a darle
la decisione, il prospetto, il bugiardino: che le cose
possedevano il senso, il significato ultimo del
generare.

Jack&Jack

7 giugno 2017 § Lascia un commento

Ci sono particolari che lei ricorda con profonda
malinconia, quando pranza da sola.
Il pulsare roboante della risonanza magnetica.
Le orme di una bambina spaventata nel deserto.
Quella volta che aveva tre figli biondi.
Le unghie curate in un lunedì di pioggia battente.
Il dispiacere di pranzare sovente da sola.

Jack&Jack

5 giugno 2017 § Lascia un commento

Lui vorrebbe regalarle un fiore per un paio
d’ore, una prognosi riservata, una condotta
esemplare. La vede arrancare nell’estate,
dissestata sulle ore più calde e furiosa
sugli imprevisti, il viso terribilmente stanco
come un giardino decomposto. Questo pensa
guardandola e poi non se ne fa nulla, resta
quell’intenzione che prende solo forma e
miseramente, quasi una boutade fra sé e sé,
un singhiozzo, uno spuntino di metà mattina.