15 gennaio 2014 § 4 commenti

Io conosco lo spazio e, a tentoni, le lune che mi precedettero.

Il mattino mi maledice perché ne ricordo gli spigoli, improvvisi
ma non per me. La sera mi lascia, crede, inerme, a scivolare lungo
i muri come un’ombra o un filo di fumo, volatile insomma, senza
chiamare né chiedere nulla. Il pomeriggio sparisco nei ruoli
necessari. La notte guaisco nei sogni o scrivo cose minuscole.
Non ricordo albe o tramonti se non per un copione
scritto di fretta, a giustificare un assalto di corpi ai corpi.

Il sole non mi parla, mi percuote talvolta oppure mi
schiaccia su prati o strade ingorgate, fra gli spartitraffico.
Le nubi mi amano, per confusione quasi, come fossi una
percentuale o un pugno di sale grosso, mi passano davanti
lente, timidi ingegneri, programmando la mia stanchezza.
Solo un poco di pericolo con la neve. Vorremmo vicendevolmente
seppellirci, ascoltarci quando nessuno parla, lasciare gli
strumenti a corde finire sotto molti centimetri i loro accordi
gentili, terminare in un silenzio poco sporco, piegarne
i rami, restare vicine.

Così tutti temono gli accadimenti eppure li corteggiano e
lascivi addirittura, facendosi affferrare come all’inguine
da quanto non chiamerebbero per nome. Un violino li
eleva e ne doppia intenzioni più appropriate. Tutti restano poi
in silenzio e senza vergogna o occhi aperti. Io ero
Terra. Solo successivamente principio e regola in un libro.

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