poesia degli anni da altipiano

24 luglio 2013 § 3 commenti

C’è una pellicola che mi cresce di traverso su per la nuca
arrivando talvolta a lambire le fossette
a nascondermi, se può, la stanchezza del sole
è un lucido della mia faccia
dove un neo indica la predisposizione alla
promiscuità, ma solo fra i diciotto e i ventuno anni,
il colore delle labbra evidenzia la passione spropositata per le Alpi,
rughette precoci qua e là suggeriscono una capacità di
immagazzinare parole superiore alla media,
in più i denti mostrano la forza e la rabbia, con un canino spezzato,
è ingannevole il collo e così il petto
antiaderenti da non poterci lasciare le mani sopra
ma solo un velo steso senza peso.

C’è una pellicola che ti cresce di traverso su per il pomo d’adamo;
ti vedo macinare, ecco da dove viene la grana fine della tua schiena, da dove
si deposita infine il disagio
a occluderti le mezzenotti altrimenti silenziose in quanto pacifico
passaggio, o alloggio,
se ti allontani lo fai con premura
conseguendo una distanza minima fra gli anelli dei tuoi capelli e gli anelli
che dicesti cerchi da dita, o vita, o pelle di fico
non manchi di edificare e bisbigliare a lungo nelle prime ore del mattino
asterischi, bitorzoli dalla cavità orale
e nonostante di tuo tono è mia la bocca
che dice ogni tuo disguido per trinciarlo e rendertelo assimilabile
è mia la bocca, tant’è che nella tua allestisci sovente rovine (incastrando
fogliame stimmi e nervi fra i denti)

Eppure, è la miscela di umori che
giustifica lo spazio irrisolto attorno a noi quando
camminiamo insieme
e la strada si fa incognita e conforto per le sole
nostre quattro direzioni sfrontate
o solo immaginarie, non sapremmo.
Che poche cose sono certe, e riguardano la corrente massima:
viviamo tutti in brocche oscurate dai nostri stessi scarti
dove rinverdire è solo rinverdire non rendere trasparenza.
Se solo ci incontrassimo un po’ più vicini alle radici che
alle diramazioni, così stanchi di potature da
non ingraziarci neppure quest’ultima tronca possibilità d’ossigeno.
Allora mando a memoria il tuo
cosiddetto istinto di conservazione per disperderlo –aspettiamoci
il caos che ci meritiamo e i toni cupi che chiedemmo a urla
innumerevoli notti, ubriachi e stanchi.
E poi lasciar passare tutto come aprire dighe.
E poi terre limacciose e poi tutto a nascere nuovo e denso.

Ma non qui.
Qui il crepuscolo s’ispessisce
rende nervosi gli insetti della sera.

Non ci restò che levarci le pellicole, tastarci il polso mendico,
misurare l’affronto di un’inconfutabile nuova stagione.

(2005)

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