(mio padre non ha mai detto che le vie del signore sono infinite, ciononostante le ha percorse)

7 novembre 2009 § 2 commenti

L’impianto rivela molto di più degli eventi successivi.

Quando iniziai a giocare andò bene
solo dimenticai presto che stavo giocando.
Cercando di convicermi che Dio vegliasse su di me;
quale cazzo di dio, mi chiedo.
Un attacco di fede era impensabile.
Indispensabile sarebbe stato non dimenticare che
la mia religione, per proprietà ormai note
non escludeva possibilità alcuna.

Così mi ritrovai a vagare per il deserto, solo,
con una bisaccia per l’acqua
un giorno mezza piena e un giorno mezza vuota senza
mai vederla per quello che era: a metà.
Avrei scritto, potendo: la grafia dei miei passi intesseva la
sabbia di strali e fuochi ben delineati, tuttavia
mobili. L’impossibilità di designare nuovi panorami non era certo un problema,
piuttosto quello che – senza comprenderne il peso specifico – chiamiamo casa.

Non siamo in grado di tornare alle parole quali erano prima che fossero
nostre, di riportare i vocaboli al significato primo e puro, di
levare l’esperienza che ridefinisce e trasfigura.
Possiamo ingurgitare ogni liquido e dimenticare che
solo l’acqua è necessaria. L’acqua. Ora
dovrei lavorare. Dimenticare il fattore dipendenza
e svolgere un lavoro d’uomo.
(scrivere una poesia
dopo moltissimo tempo)

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(altri livelli)

2 novembre 2009 § Lascia un commento

Affondare è inutile, inutile provarci, per via della massa
Pure usando quanto più corpo abbiamo per ricoprirci
Resterebbe fuori il naso, un pezzetto di schiena, un ginocchio

Dove sono?

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