da L’UNIONE SARDA.it – La mia prima recensione.

24 luglio 2009 § 2 commenti

ESORDI. La Aìsara pubblica la raccolta dei versi dell’autrice piemontese Greta Rosso
“Cronache precarie”, poesie del corpo
Domenica 14 giugno 2009

È lo straniamento la cifra stilistica peculiare della raccolta poetica “Cronache precarie” con cui ha esordito la ventisettenne piemontese Greta Rosso, presso l’editore cagliaritano Aìsara (pp. 90, euro 10).
Articolata in tre sezioni (i cui titoli fungono anche come frecce interpretative: senza progetto; Racconti in forma di cinque righe; Di successione temporale, o almeno tentare), la raccolta di Greta Rosso può intanto essere letta, in prima battuta, come poesia del corpo o, più correttamente, poesia dal corpo. Un topos ormai consolidato nella giovane poesia femminile, questo della poesia del corpo (da Elisa Biagini a Florinda Fusco, tanto per citare), e che rappresenta ormai una vera e propria couche generazionale, ma che nella scrittura della Rosso si modula in modi del tutto originali. Innanzitutto lo straniamento, impiegato a piene mani, non diventa mai tecnica automatica: sempre motivato da una ricerca (ironicamente vana) del senso della vita e dell’oggettività dei referenti, si dispiega nei modi di una vera e propria poetica, desumibile dai versi che chiudono, in clausola, la poesia d’apertura: «Io credo nei miracoli / nelle cose impossibili che nella vita / ci si compiono davanti agli occhi». La semplicità del dettato non deve ingannare, ché è proprio di questa scrittura risolvere in chiarezza stilistica la contraddittorietà dei significati: la contraddizione fra l’intangibilità delle «cose impossibili» e la piena esperienza dei sensi («davanti agli occhi») è infatti il chiarissimo nucleo semantico e tematico di questa poesia, al cui centro c’è il corpo, oggettivato nella sua precarietà, scisso, forse insanabilmente, fra mondo naturale e mondo culturale e umano: «L’acqua è sincera. / Noi, noi tutti, molto meno».
Lo straniamento, dunque, prima che un fatto stilistico, è un elemento assunto a priori. Congruentemente, la sintassi si disarticola (echeggiando un lontano insegnamento sanguinetiano): la gerarchia soggetto-predicato lascia spazio alla tecnica del montaggio, per via di giustapposizione di brevi membretti, allegoria estrema delle disiecta membra di un corpo che non cessa di raccontare il proprio essere al mondo.
GUIDO CASERZA

(altri livelli)

22 luglio 2009 § Lascia un commento

Lo stato indocile dei giorni
quando esistere diventa una ramificazione di terminazioni nervose
non so quanto le mie dita possano contro lo sperpero delle azioni.

19 luglio 2009 § 2 commenti

Il figlio di qualcun altro è spesso in imbarazzante anticipo
cerca quindi di dissimularlo fingendo di fare altro, o di avere una storia per
giustificarsi, ma poiché è figlio di qualcun altro la sua non è mai la storia giusta.
Nella maggior parte dei casi il figlio di qualcun altro è molto gentile
conosce le buone maniere perché, essendo figlio di qualcun altro,
deve tenere lontane le possibili occasioni di rimprovero
gli anziani e i bambini gli siedono accanto volentieri, gli chiedono un aiuto
per alzarsi, lui acconsente con calma, più spesso subisce, mette da parte
per giungere ad accanirsi sui proprio nervi, quando sarà solo, la sera.
Il figlio di qualcun altro è spesso solo, la sera. Non che gli amici lo evitino,
è lui a dire di no. Il più delle volte. Dice devo svegliarmi presto, dice ho
lavorato molto, sono troppo stanco, davvero. Siede davanti alla tv e pensa,
non segue i programmi, a volte però la battuta di un attore lo coglie impreparato.
Il figlio di qualcun altro cerca di non trovarsi mai impreparato, sa arrangiarsi
senza chiedere aiuto o informazioni, in genere pone pochissima fiducia
nelle persone. Perché essere figlio di qualcun altro non è cosa da condividere,
ma una vocazione fallata, impropria, che distacca dall’abitudine all’ereditarietà e
alla fratellanza. Le compatibilità gli sono eleggibili, il più delle volte fallimentari
o semplicemente un sentiero assurdo. E’ solitario statisticamente, conscio
della propria difformità indivisibile, periodica. Comprende lo stato delle cose
più di quanto non abbia voglia di parlarne, il figlio di qualcun altro non
deve spiegazioni, nessuno l’ha mai tenuto fermo. Sono passate occasioni sbagliate,
senza residui per le sue strade: non si è fatto prendere, nessun marchio.
Essere figlio di qualcun altro è ritenuta cosa riprovevole, è risaputo, e questo
dovrebbe riguardarlo appieno. Ma le sue mani grandi gli fanno maschera di padre.
Il figlio di qualcun altro non si svela mai. Potremmo credere di riconoscerne qualcuno
aiutandoci con qualche direttiva inconsistente, e sbagliare puntualmente.
O svegliarci una mattina in età avanzata e constatare che lo siamo stati tutta una vita.

Dove sono?

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